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Ottobre 30, 2009 • 12:07 am 0
B & W canopy

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Ottobre 25, 2009 • 2:20 pm 0
Best gardens in Japan

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Luglio 2, 2009 • 12:39 pm 0
Thinking trees

Quando non hai che alberi in mente
Non me ne vogliano gli altri ma queste righe sono rivolte ad un pubblico adulto, di solito maschile, spesso guardato con sospetto e persino con commiserazione, a volte invidiato, ma solo per un attimo, prima di liquidare il tutto come la stranezza di un uomo in fondo eccentrico.
Di solito comincia in modo subdolo, una giornata di beneficenza, una cronica passione per tutto ciò che bello, biologico, verde, vivo.
Ma appena il tempo di lasciar penetrare il germe nel nostro substrato cerebrale ed ecco che la pandemia dilaga, invadendo ogni possibile ganglio, stimolando le staminali a produrre per procura, ed in modalità decisamente up-regulated, altri germi e, come per incanto, nel rispetto della microbica aggressività, il contagio avviene in modo inesorabilmente irreversibile.
I sintomi sono pressochè immediati, scarso interesse per le relazioni sociali (a parte un certo interesse aggregativo verso altri individui con la stessa patologia), con progressivo isolamento ed allontanamento dal nucleo amicale prima e familiare poi, disordini bipolari placabili solo con acquisti compulsivi, aumento dei traumatismi legati ad una scriteriata e spesso autolesionista attività in condizioni di estrema pericolosità fisica e chimica, progressivo calo del rendimento lavorativo.
In una espressione collasso sociale.
Il carattere subdolo della patologia è data dal fatto che la fase di polarità positiva, compensa di gran lunga la debacle psicofisica, creando così dipendenza ed assuefazione in un circolo vizioso che in pochi anni porta alla rovina economica, fisica e sociale.
E’ solo a questo punto che la patologia conclamata e senza alcuna possibilità di cura residua, si manifesta in tutta la sua drammaticità.
Non c’è vaccino, non c’è cura. Vi siete ammalati di una malattia bellissima: siete stati contagiati dal germe del bonsai.
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Giugno 30, 2009 • 2:19 pm 0
Lascivious elegance

General Shablikine (Rosa sinensis)
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Novembre 2, 2008 • 9:33 pm 2
Tokonoma. Alla ricerca dello zen perduto
Oggi ho ufficialmente cominciato la mia scuola per futuri istruttori bonsai.
Curioso a pensarci, dal momento che ho cominciato da solo un anno questo fantastico viaggio che durerà spero tutta la vita ma di sicuro almeno otto anni.
Ardito e presuntuoso penseranno i più. Ma mai come dopo aver appena finito la mia prima lezione su Le quattro stagioni del tokonoma mi sono convinto di aver fatto la cosa giusta.
Oggi sono andato scetticamente, pensando al tokonoma, ovvero alla modalità tradizionale di esporre i bonsai, ricreando l’angolo di casa in cui nelle case giapponesi si custodivano, soprattutto per gli ospiti, le cose preziose di casa.
Mi dicevo snobisticamente tra me e me, cosa ha a che fare questo con la mia voglia di coltivare bonsai, di vedere crescere queste piante meravigliose un pò alla volta? Io voglio apprendere i segreti di coltivazione, voglio che mi si aprano gli occhi nel riconoscere in una pianta grezza l’anima del futuro bonsai, che mi interessa sapere come si espongono le piante nel tokonoma. E’ una cosa troppo lontana dalla mia cultura e provavo quasi una sensazione di fastidio a dover pronunciare dei nomi giapponesi, quando per quasi tutto esiste una non sempre convincente traduzione italiana.
Ma poi ho capito. Non si può fare bonsai senza conoscere le vere motivazioni all’origine del bonsai. Ed il tokonoma è stato solo uno spunto per attingere a piene mani ad una quantità enorme di informazioni sulla storia giapponese e sulla filosofia di vita che è alla base dell’estetica zen e di conseguenza del bonsai.
Cominciare da subito a respirare cose grandi ti abitua a pensare in grande. I nomi e le vite private dei più grandi master giapponesi, i retroscena delle loro opere più famose, i segreti alla Dinasty del kokufu-ten e delle grandi scuole di bonsai giapponesi rivelati da chi li ha realmente conosciuti, uniti alla più convincente spiegazione che mi sia mai stata data sull’estetica zen alla base del bonsai, mi hanno aperto la mente e mi hanno appena fatto emergere da una lunga giornata in cui mi sembrava di rivivere ad occhi aperti le epopee shogun.
Non è la meta, è il viaggio che conta. E dall’analisi critica ed estetica dell’ “albero nel vaso” e dalla sensibilità e dal gusto eccelso che segue regole precise, ma che le offre solo col preciso scopo di poterle poi infrangere con consapevolezza, annullando il proprio ego nell’interesse unico della pianta, ho ricevuto la vera chiave di lettura del bonsai, mentre già stavo per prendere autonomamente la strada tutta occidentale dell’ego e dell’apparire piuttosto che essere.
Un consiglio molto spassionato a tutti gli appassionati che mai si dovessero trovare a leggere queste righe è quello di seguire il mio esempio. Non basta essere dei buoni giardinieri per fare del buon bonsai. Il bonsai richiede non solo tecnica ma anche e soprattutto una cultura e sensibilità che nasce anche dalla conoscenza tramandata dai maestri. Se pensate di poter fare da soli, vi perderete forse la parte più interessante del viaggio.
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Ottobre 21, 2008 • 11:20 pm 0
Rhapsody in pink
L’autunno non è solo aranci, gialli e rossi. Ecco un tripudio di rosa e di viola nel mio terrazzo di Ottobre. Come Aloha, (Mercedes Gallart”x”New Dawn”). Una rosa sontuosa, divenuta ormai un classico da cui derivano moltissime delle specie più recenti, come buona parte delle rose inglesi. Molto attraente, costituita da moltissimi petali rosa, con il rovescio più intenso e ombre magenta, che formano una classica rosetta antica. Fogliame robusto e di colore bronzo scuro. Ha un portamento eretto e raramente non è in fioritura durante l’estate. Sotto tutti gli aspetti una rosa di prima classe. Forse la rosa più resistente alle malattie in assoluto, e per questo molto ibridata per cercare varietà nuove. H300 x 180cm. Fiore con 60 o più petali.
Clematis viticella Etoile violette. Cultivar di origine francese dai fiori viola scuro vellutato con un contrastante staminario giallo crema.
Pianta vigorosa (fino a 4 m), ideale per pergole ed in abbinamento con le rose.
Fiorisce sui tralci prodoti nella stessa stagione vegetativa (gruppo 3), pertanto richiede un intervento di potatura annuale abbastanza forte, da eseguirsi ad inizio primavera.
Le ipomee, note con il nome volgare di “campanelle” (comune anche per specie di altro genere ) e in inglese “Morning glory”, Originarie delle regioni tropicali di tutto il mondo hanno colonizzato, con la loro esuberanza, una grande varietà di ambienti: dalla foresta umida e impenetrabile alle radure aperte e persino le spiagge sabbiose.
Le foglie alterne hanno forme e dimensioni che possono essere molto diverse da specie a specie: intere, dentate, lobate, incise, cuoriformi e persino reniformi. Sono coltivate come piante ornamentali e la vastità dei colori e delle varietà le fa amare e soddisfare anche le esigenze più particolari.
Le varietà rampicanti sono, la maggior parte, molto invadenti, per cui abbisognano di grandi spazi o tralicci. Se lasciate crescere liberamente le vedremo avvinghiare alberi, pergolati, recinzioni, muri. Nei climi temperati diventano quasi legnose. Se coltivate in vaso hanno bisogno di spazio, la dimensione del contenitore va pensata in base alla crescita definitiva della pianta e dal suo tipo di apparato radicale. Necessita di un tutore.
La Campanula portenschlagiana è una pianta erbacea perenne a fiori viola originaria dell’Europa, del nord America e dell’Asia. Sviluppa densi ciuffi non molto alti con foglie verde scuro e piccoli fiorellini viola, che rifioriscono per tutta la primavera e parte dell’estate. E’ molto utilizzata nelle bordure ma anche come pianta singola, se opportunamente contenuta i ciuffi si possono mantenere a forma di cuscino; necessita di potature di contenimento, oppure di molto spazio, in quanto si sviluppa molto rapidamente abbarbicandosi ai tronchi di altre piante, ma anche ai muretti.
Una nota di classe, con Rosa chinensis General Shablikine (Nabonnand 1878), una piccola rosa antica arbustiva con i fiori più delicati che si possano immaginare.
La più stakanovista delle rose, a Roma è in fiore da Maggio a Novembre inoltrato.
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Ottobre 19, 2008 • 9:44 pm 2
I faggi di Roma
Senza andar troppo lontano, nè sulle Alpi, nè altrove, a due passi da Roma c’è una delle più belle faggete che io abbia mai visto. La vegetazione del comprensorio dei Simbruini è ricca e importante: non solo vasti querceti e dense faggete, più in alto si afferma una vegetazione tipica dell’alta quota, con primule, crochi, soldanelle, genziane, carline, sassifraghe e mille altre specie, tra cui il ribes alpino e un interessante endemismo centro appenninico, il semprevivo italico. Foreste cupe e rigogliose si alternano a radure verdissime e tranquillee, dove spesso troneggiano grandiosi colossi ultracentenari d’acero e di faggio; nel versante a nord e nei pendii più umidi ed ombreggiati crescono felci, muschi ed equiseti e sulle pendici a sud o meglio esposte si abbarbicano piante mediterranee come il bosso, il ligustro, il pistacchio e la fillirea. Caso più unico che raro poi la presenza di diverse specie di orchidee: una presenza che, da sola, merita una visita al Parco.
I Simbruini ospitano attualmente una copertura forestale che, da un punto di vista quantitativo e qualitativo, si può definire ottimale: circa 22 000 ettari di bosco. La copertura boschiva è, comunque, in sostanza, quella tipica dell’Appennino laziale-abruzzese: alle quote medio-basse prevale il bosco misto di roverella, carpino, cerro (nei siti più umidi), ma ci sono due vaste zone che presentano un’importante particolarità, vale a dire un’estesa popolazione di leccio, che fra Cervara di Roma e Subiaco e, più a sud, fra Subiaco e Jenne, si spinge a quasi 1200 metri di quota. La formazione vegetale dominante è però la faggeta, che interessa una fascia altitudinale compresa tra i 900 m e i 1500-1900 m. Il faggio che predilige climi temperati e oceanici, caratterizza e domina gli ambienti montani dell’Appennino mostrandosi in tutta la sua potenzialità di forme. Le fustaie di faggio presentano a tutt’oggi caratteri di ricchezza e spettacolarità degne delle foreste del vicino Parco d’Abruzzo. Dalla severa e cupa selva colonnare della Tagliata si passa alle grandi faggete disetanee del vallone dell’Autore e dell’immenso comprensorio Faito-Valisa-Sorgenti dell’Aniene, fino ai cedui composti e invecchiati, prossimi a raggiungere la dignità di bosco adulto e maturo, sparsi un po’ ovunque.
Ecco un piccolo réportage della mia domenica a Monte Livata con l’inseparabile Sofia.
its logical; if you’re not going anywhere
any road is the right one
Ikkyu
The Haiku and Poems of
Ikkyu Sojun/Ikkyuu Soojun (1394-1481)
- One long pure beautiful road of pain and the beauty of death and no pain
- Cover your path With the fallen pine needles So no one will be able To locate your True dwelling place. Ikkyu
- when I was forty-seven everybody came to see me so I walked out forever. Ikkyu
- the vagaries of life though painful teach us not to cling to this floating world. ikkyu
- why is it all so beautiful this fake dream this craziness—why? Ikkyu
- the mind is exactly this tree that grass without thought or feeling both disappear
- Even before trees rocks I was nothing when I’m dead nowhere I’ll be nothing. Ikkyu
- Your name Mori means forest like the infinite fresh green distances of your blindness. Ikkyu
- No nothing only those wintry crows bright black in the sun
- The tree was barren of leaves but you brought a new spring. Long green sprouts, verdant flowers, fresh promise. Ikkyu
- This ink painting of wind blowing through pines who hears it?
- A melancholy autumn wind blows through the world; the pampas grass waves as we drift to the moor drift to the sea. Ikkyu
Oltre ai ben noti campi da sci, Livata ve lo consiglio soprattutto per spettacolari percorsi trekking:
Campo Secco – Pozzo Vecchio – Campitelli – Femmina Morta (in territorio di Camerata Nuova).
Ha la lunghezza di 3500 metri e si sviluppa attraverso un itinerario pianeggiante, che permette di conoscere un’area particolarmente suggestiva dell’altopiano carsico caratterizzata dalla presenza di formazioni rocciose, inghiottitoi, doline e campi carreggiati.
Campo della Pietra (in territorio di Vallepietra).
La lunghezza del percorso è di circa 1000 metri e si snoda in prossimità del confine con l’Abruzzo, risalendo la mulattiera tracciata a ridosso della strada provinciale. Ad esso è interessata una delle zone carsiche più caratteristiche del Parco, quella cioè posta ai margini sia della secolare faggeta presente nella località sia delle immense distese del Campo della Pietra.
Campo Buffone (in territorio di Subiaco).
Lungo circa 2 chilometri, questo sentiero naturalistico, con partenza e ritorno a Campo Buffone, è situato nelle immediate vicinanze degli insediamenti di Monte Livata, cioè in una zona molto sviluppata dal punto di vista dell’urbanizzazione e delle presenze turistiche, sia estive sia invernali. A determinare la scelta del sentiero naturalistico di Campo Buffone è stata la necessità di studiare, proprio alla luce di queste caratteristiche, i valori paesaggistici nonché le ricchezze geologiche, vegetazionali e faunistiche del comprensorio di Monte Livata e di quello contiguo di Campo dell’Osso.
Da Comunacque alla Mola Vecchia (in territorio di Jenne).
Qui la situazione dal punto di vista orografico è completamente diversa da quella degli itinerari di cui si è parlato in precedenza.
Lungo una traccia pianeggiante della lunghezza di poco più di 1 chilometro, si ha la possibilità di visitare uno dei tratti più suggestivi del fiume Aniene. Ad esso fanno da cornice una ricca vegetazione ed un ambiente di estremo valore naturalistico, dove sono presenti le specie animali e vegetali tipiche di un fiume di alta montagna.
Da Campo Staffi al Rifugio di Campo Ceraso.
Dalla estremità del parcheggio della stazione sciistica di Campo Staffi, a quota 1780, si accede, scendendo, all’anello di circa 7 km che si addentra in una delle più belle ed incontaminate zone del Parco dei Monti Simbruini, mantenendosi sempre a quote tra 1600 e 1650 m, costantemente in vistá del Monte Tarino (1961 m). Una prima sosta si potrà fare nei pressi del Rifugio del Ceraso, vicino al volubro di Campo Ceraso, punto di abbeverata per il bestiame al pascolo brado. Un’altra piazzola di sosta attrezzata è situata sulla via del ritorno, sempreché si percorra l’anello in senso antiorario, prima di affrontare il tratto di salita per tornare a Campo Staffi. Questo percorso ad anello costituisce, durante i mesi invernali, una suggestiva ed impegnativa pista per lo sci di fondo; in questo caso la salita per tornare al parcheggio potrà essere evitata usando la sciovia esistente, detta appunto “del Ceraso”.
Alle sorgenti dell’Aniene.
Si segue la provinciale Trevi-Filettino per circa 2 km da Filettino. A destra si prende la carrabile comunale che raggiunge la località Fiumata, con l’omonimo campeggio e l’allevamento di trote (pesca sportiva). Da qui si staccano due sentieri: il ramo di sinistra segue una preesistente mulattiera e sale sino alle pendici del Colle delle Fontane (1269 m), lasciando sulla sinistra la Fontana Acqua Corore. Il dislivello in totale è di circa 170 m superato in 4 km, sempre accompagnati dal gorgoglio del torrente detto appunto Corore. Il ramo di destra, costeggiando il torrente Riglioso, sale sino a quota 1169, nei pressi della Fonte della Radica. E’ un percorso estremamente suggestivo, tra faggi secolari che affondano le loro sculturee radici nelle scroscianti acque del torrente; lunghezza circa 3 km. Per chi volesse awenturarsi in una escursione molto più impegnativa, un vecchio sentiero attraverso la Valle Forchitto porta alla Monna della Forcina e al Rifugio di Campo Ceraso, con un percorso di circa 5 km ed un dislivello di 480 m.
Il sentiero delle Quattro Grotte.
Ripristinato recentemente per interessamento del Parco dei Simbruini, questo sentiero, pur nel suo breve percorso, permette di apprezzare alcune piccolissime grotte nelle immediate vicinanze del centro abitato di Filettino. Vi si accede dalla S.P. tra Filettino e Campo Staffi, sulla destra, di fronte al campo sportivo. La prima “grotta” è detta dell’Alabastro per notevoli formazioni in vista. La seconda, che si presenta come una grande fenditura nella roccia, è detta del Diavolo, che qui sarebbe apparso a spaventare alcuni pastori; viene poi la grotta Nera con affioranti tracce di asfalto, e quindi la Grotta di Proserpina. Si ridiscende quindi verso il Fosso Vardano, che si attraversa su un ponticello di legno, per risalire verso il centro abitato. E una passeggiata simpatica, di circa 2 km, con vedute inedite e suggestive del vecchio paese.
Per arrivare a Monte Livata:
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