Tokonoma. Alla ricerca dello zen perduto

Il tokonoma in una casa moderna giapponese
Il tokonoma in una casa moderna giapponese

Oggi ho ufficialmente cominciato la mia scuola per futuri istruttori bonsai.

Curioso a pensarci, dal momento che ho cominciato da solo un anno questo fantastico viaggio che durerà spero tutta la vita ma di sicuro almeno otto anni.

Ardito e presuntuoso penseranno i più. Ma mai come dopo aver appena finito la mia prima lezione su Le quattro stagioni del tokonoma mi sono convinto di aver fatto la cosa giusta.

tokonoma
Tokonoma e cerimonia del tè

Oggi sono andato scetticamente, pensando al tokonoma, ovvero alla modalità tradizionale di esporre i bonsai, ricreando l’angolo di casa in cui nelle case giapponesi si custodivano, soprattutto per gli ospiti, le cose preziose di casa.

Mi dicevo snobisticamente tra me e me, cosa ha a che fare questo con la mia voglia di coltivare bonsai, di vedere crescere queste piante meravigliose un pò alla volta? Io voglio apprendere i segreti di coltivazione, voglio che mi si aprano gli occhi nel riconoscere in una pianta grezza l’anima del futuro bonsai, che mi interessa sapere come si espongono le piante nel tokonoma. E’ una cosa troppo lontana dalla mia cultura e provavo quasi una sensazione di fastidio a dover pronunciare dei nomi giapponesi, quando per quasi tutto esiste una non sempre convincente traduzione italiana.

Ma poi ho capito. Non si può fare bonsai senza conoscere le vere motivazioni all’origine del bonsai. Ed il tokonoma è stato solo uno spunto per attingere a piene mani ad una quantità enorme di informazioni sulla storia giapponese e sulla filosofia di vita che è alla base dell’estetica zen e di conseguenza del bonsai.

Tokonoma tradizionale
Tokonoma tradizionale

Cominciare da subito a respirare cose grandi ti abitua a pensare  in grande. I nomi e le vite private dei più grandi master giapponesi, i retroscena delle loro opere più famose, i segreti alla Dinasty del kokufu-ten e delle grandi scuole di bonsai giapponesi rivelati da chi li ha realmente conosciuti, uniti alla più convincente spiegazione che mi sia mai stata data sull’estetica zen alla base del bonsai, mi hanno aperto la mente e mi hanno appena fatto emergere da una lunga giornata in cui mi sembrava di rivivere ad occhi aperti le epopee shogun.

Non è la meta, è il viaggio che conta. E dall’analisi critica ed estetica dell’ “albero nel vaso” e dalla sensibilità e dal gusto eccelso che segue regole precise, ma che le offre solo col preciso scopo di poterle poi infrangere con consapevolezza, annullando il proprio ego nell’interesse unico della pianta, ho ricevuto la vera chiave di lettura del bonsai, mentre già stavo per prendere autonomamente la strada tutta occidentale dell’ego e dell’apparire piuttosto che essere.

Un consiglio molto spassionato a tutti gli appassionati che mai si dovessero trovare a leggere queste righe è quello di seguire il mio esempio. Non basta essere dei buoni giardinieri per fare del buon bonsai. Il bonsai richiede non solo tecnica ma anche e soprattutto una cultura e sensibilità che nasce anche dalla conoscenza tramandata dai maestri. Se pensate di poter fare da soli, vi perderete forse la parte più interessante del viaggio.

Tokonoma
Tokonoma

2 thoughts on “Tokonoma. Alla ricerca dello zen perduto

  1. Qual è il bonsai che hai scelto per il tuo TOKONOMA?
    Uno che hai “creato” Tu?

    Sarebbe ideale un post a tema di Té per continuare questo viaggio nell’ essere e non apparire.

  2. Nessuno dei miei bonsai è ancora così maturo da richiedere un’esposizione. Ma tornando alla tua richiesta sulla cerimonia del tè, hai ragione, è tutto tranne quello che sembra. La storia della cerimonia del tè ha subito una lunga evoluzione nei secoli. La stanza del tè è il luogo fisico dove si svolge la cerimonia ma è soprattutto una metafora ed un non luogo mentale. In questa cerimonia sono individuabili tutti gli ideali dell’estetica zen. Ai concetti precedenti di yūgen e di sabi, in seguito venne aggiunto quello di wabi. Lo yūgen era l’incanto sottile, non traducibile in concetti parlati , molto in voga tra gli autori del Nō e il sabi la sottile e malinconica patina del tempo che rende le cose affascinanti e ispiratrici di tranquillità e armonia, il wabi aggiunse qualcosa di tremendamente eversivo per quei tempi di ostentazione e ricchezza gridata: la povertà ricercata, il rifiuto assoluto dell’apparire. Questa nuova cerimonia del tè amava lo stile semplice, e la stanza del tè diveniva la casa della fantasia o dimora del vuoto. Spogliata da ogni traccia di superfluo, con muri grezzi e praticamente priva di alcun contenuto che non fosse di puro spirito e pensiero. I personaggi che si trovano a muoversi in questo non -luogo sono temporaneamente fuori dal mondo e dai suoi affanni per contemplare per un attimo fuggente il vuoto. Il concetto di mu-shin, cioè letteralmente non-mente, abbandona la razionalità ed il mondo concreto per giungere ad un approccio totalizzante con le cose e le persone. Viene rappresentato dallo spazio chiuso della stanza del tè. Al vuoto materiale deve corrispondere il vuoto mentale. Nella stanza tutti dovevano entrare disarmati e tutti divenivano uguali, tutti si dovevano inginocchiare e tutti dovevano “sottostare” alle stesse regole. È chiaro quale fosse il potere destabilizzante di questi concetti e così Rikyu, il primo ad introdurre questa nuova cerimonia fu costretto al suicidio in quanto un potere che viveva, come sempre, di ostentazione e di forme vuote, si sentì fortemente minacciato dalla forza silenziosa del maestro.

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