Appunti di viaggio

Tra le ragioni profonde che spingono un viaggiatore a partire, una in particolare è un riflesso di difesa dell’uomo, un gesto assolutamente antisociale.Il viaggiatore, pur di non soccombere e sottomettersi,fugge. Scappa da tutto, dalla famiglia, dal matrimonio, dal fisco, dalle regole, dai tabu.

La parola d’ordine diventa rifugiarsi: rifugiarsi, fuggire, viaggiare, essere liberi, raggiungere qualcuno o qualcosa.

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Ogni destinazione va bene. L’importante è partire. L’unica cosa che acquista importanza,e che conta, è essere lontano da. Qualunque cosa sia.

Viaggiare diventa l’unico modo per esistere, per sorridere, per sganciarsi, sbloccarsi, disancorarsi. L’autoaffermazione contro la dissoluzione, l’evaporazione nel magma sociale di tutti i giorni.

Non a caso la leggenda di Bruce Chatwin si è conclamata alla fine del XX secolo. Nei paesi occidentali, il viaggio, divenuto rito di massa, ha perso misticità e acquistato banalità. La sua durata media si è drasticamente ridotta a una o due settimane.

Il “tredicesimo viaggio” di Jaques Lacarrière, quello di lunga durata, l’unico che valga la pena, il solo che consenta una realtà interazione emotiva con la terra visitata, non si fa più.

E il mito di Chatwin è nato proprio grazie agli scritti tratti dai suoi innumerevoli viaggi:«Viaggiamo – ha scritto – perché non possiamo passare troppo tempo nelle nostre camerette d’appartamento, nelle quali viviamo solo grazie al riscaldamento d’inverno e all’aria condizionata d’estate».

Ma il viaggio, per Chatwin, aveva soprattutto un senso molto più profondo.

Un viaggio che implica e culmina in un inevitabile cambiamento. Un rito d’iniziazione che moltiplica le nostre esperienze vitali e permette all’anima di spostarsi sempre un po’ più in là.

Un ‘andata e ritorno dal reale al letterario, da sé all’altro, alla ricerca di «quella calma primitiva che è forse la stessa cosa che la pace di Dio».

Bruce Chatwin: Bibliografia

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