Um desejo anseio de Lisboa

 

La prima volta ci capitai per caso, da turista.  La città vecchia vicino al porto era appena andata semidistrutta in un terribile rogo e Lisboa non era per me più che un nome di una capitale, con antiche reminiscenze atlantiche e pittoresche sonorità musicali. Non ci misi molto a scoprire che Lisbona, il Portogallo e tutti i portoghesi mi ricordavano l’Italia che apparteneva una volta alla mia infanzia. Forse era una visione estremamente romantica, ma il disincanto e la semplicità della vita di tutti i giorni in Portogallo, fu contagioso. Come in un famoso film di Wim Wenders, camminavo per le strade che inevitabilmente prima o poi portano al Tejo e non mi sentivo uno straniero. I rumori soffusi, i colori struggenti degli azulejos, i tram tra le curve in salita del Barrio Alto, mi avvolgevano e mi restituivano la pace del tempo.

Accompagnato dal profumo del mare, che è ovunque tra i vicoli, mi muovevo completamente a mio agio in una città che ha saldamente mantenuto nei secoli la sua identità.

La seconda volta ci tornai per amore ed ebbi modo di conoscere la vera Lisbona, quella ancora più autentica, Quella non turistica. Con il bollito di salsicce di fegato, il più buon bollito della mia vita,  mangiato in una bettola, tra lavoratori portuali e uomini dì affari in pausa di lavoro. Con le feste negli antichi palazzi decaduti, il pellegrinaggio alla tomba del nostro re ed i racconti, recenti, di vecchie famiglie cadute insieme alla dittatura.

Camminando col naso per aria, con la volatilità del tempo atlantico, che ho ritrovato solo a San Francisco, ho avuto modo di gustare l’invito all’introspezione ed alla riscoperta di se che solo una città come Lisbona ti può dare. Lisbona non è una città invadente. Non è chiassosa.E’ sommessa e rispetta i tuoi silenzi ed i tuoi stati d’animo.  Ma non è una città triste. E’ impossibile rimanere tristi, immersi tra tanta bellezza. Quella nota di struggente saudade, quel senso di nostalgia è tanto legato al ricordo del passato quanto teso alla speranza verso un  futuro. Lisboa non guarda il futuro, ma non è nemmeno più il passato. E’ il presente.

Per me Lisbona è come una malattia che mi porto dentro, insieme alla speranza che il tempo la guarisca; è la tormentata speranza di avere di nuovo quello che si è perduto; è la forza di non lasciarsi travolgerere da questo struggimento e di interpretare il proprio passato, dando un senso compiuto al presente; e’ un dolore sommesso, ma è anche un afflato che dona  vita a ciò che non esiste più da tanto, è lontano, e non può più tornare.

 

 

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